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Violenza

Evoluzione di una relazione violenta

Pensavo fosse amore… invece era violenza (Parte 2)

In un precedente articolo (“Come nasce una relazione violenta”) abbiamo cercato di delineare e comprendere le origini di un rapporto violento e abbiamo visto come si costruisca una relazione basata unicamente sulla coercizione dell’altro, in cui la dinamica di dipendenza, giorno dopo giorno, si tramuta in violenza psicologica e/o fisica.

In questo articolo cercheremo di capire come i rapporti violenti si evolvono nel tempo, prendendo sempre più nutrimento attraverso specifiche dinamiche relazionali che il carnefice mette in atto per depotenziare sempre più la vittima, facendo leva proprio sulle sue fragilità, fino a togliergli ogni potere decisionale.

Attraverso il Controllo dell’altro, il partner carnefice costruisce il suo potere sull’altro (nutrendo ogni giorno di più l’insicurezza del partner vittima) e sulla relazione stessa (una relazione asimmetrica che manca assolutamente di reciprocità).

Il partner carnefice non si sintonizza in nessun modo con i bisogni e le emozioni dell’altro: l’altro non è visto come soggetto e non è minimamente riconosciuto come persona, ma è visto unicamente come oggetto utile a dare nutrimento al carnefice e ad una immagine di Sé grandiosa ed onnipotente (per questo la vittima deve essere e fare unicamente ciò che lui desidera).

Il partner carnefice, quindi, si relaziona all’altro come fosse una sua proprietà e lo tratta come un oggetto da utilizzare a piacimento, facendo leva proprio sulla mancanza di autostima del partner vittima e sul senso di colpa (“Tu sei solo mia e mi devi rispettare! Non devi parlare/sorridere/scherzare con nessuno. Io faccio tutto per te e tu devi fare tutto per me”).

Esercitando ed abusando del suo potere, il carnefice suggestiona la vittima facendola sentire sempre più inadeguata ed incapace. Attraverso la sua capacità manipolativa, il partner carnefice plagia il partner vittima, spersonalizzandolo, rendendolo ogni giorno di più incapace di avere un suo pensiero e una sua personalità.

Il plagio si nutre di sottili attacchi all’individualità del partner, alle sue scelte, ai suoi pensieri che il carnefice mette costantemente in dubbio. Ogni pensiero del partner vittima verrà passata al vaglio del partner carnefice e messo in crisi attraverso messaggi ambigui ed ambivalenti, arrivando a far sentire in colpa il partner per ciò che ha solo osato pensare. Quindi, se il partner proverà a ribellarsi al controllo, il carnefice lo svilirà e lo svaluterà, con toni sprezzanti e denigratori (“Senza di me non sei niente. Se mi lasci sei finita!”).

Per chiarire meglio il concetto, facciamo un esempio.

Il partner non si cura di supportare la partner nella gestione della casa e, appena tornato a casa, si lamenta del disordine cominciando a sbraitare e ad accusare la partner di poco rispetto. La partner cerca di comunicare il suo bisogno di aiuto e condivisione, ma il partner la accusa di non fare niente mentre lui lavora. La partner allora piangendo dirà di sentirsi utilizzata e non riconosciuta nel suo lavoro ed il partner comincerà a lamentarsi dei suoi continui piagnistei, definendola pazza, troppo fragile, troppo insicura, non all’altezza ed insensibile di fronte alla vere fatiche che lui invece deve affrontare fuori di casa.

A questo punto si potrebbero avere due possibili risvolti.

1) Se sarà il senso di colpa a prevalere, la partner, piangendo arriverà a scusarsi con il partner e a dispiacersi per il disordine, per le sue ingiuste accuse, per la sua reazione, per il suo non essere stata abbastanza comprensiva dei bisogni del partner, rassicurandolo che metterà tutto in ordine;

2) Se sarà la rabbia a prevalere, la partner arriverà a discutere animatamente, tentando di ribellarsi al potere del carnefice che, per ristabilire il dislivello, eserciterà il suo potere su un livello in cui sa di poter certamente prevalere sull’altro (la forza fisica), accusando il partner vittima di essere causa di ciò che sta compiendo (“E’ tutta colpa tua. Guarda cosa mi costringi a fare. Stavolta te le sei proprie meritate! Se stavi zitta questo non sarebbe successo”).

Dall’esempio riportato, possiamo capire come ogni tentativo del partner vittima di portare alla luce un problema sia banalizzato e stravolto dal partner carnefice, con l’obiettivo di far cadere nel vuoto ogni tentativo di ribellione della vittima, arrivando a capovolgere la dinamica relazionale (“Sono io che mi devo lamentare di te e non tu di me”).

E’ in questo modo che il partner carnefice toglie il diritto di parola al partner vittima, rendendo impossibile ogni cambiamento nelle leve del potere; ad ogni tentativo di ribellione, il carnefice “calcherà sempre più la mano”, passando dal lamento alla derisione e dalla svalutazione alla forza fisica, con l’unico obiettivo di ristabilire il proprio ed indiscusso potere. Più gli attacchi aumenteranno e più la vittima si convincerà di essere sbagliata, di aver sbagliato a parlare, ad agire, a pensare e più cercherà di non urtare la suscettibilità del carnefice rendendosi sempre più muta e succube.

A questo punto, la relazione sarà sotto scacco delle azioni e reazioni del partner carnefice che metterà in atto un’ulteriore strategia per arrivare ad avere completo ed indiscusso potere sulla vittima: l’Isolamento.

Per capire come questa strategia faccia presa, dobbiamo fare una necessaria considerazione.

Una relazione violenta si costruisce sempre sulla base di una dinamica di potere in cui entrambi i partners hanno il proprio ruolo nell’alimentare la dinamica stessa. Laddove il partner carnefice è incapace di attribuirsi una responsabilità, il partner vittima è pronto ad attribuirsi tutte le responsabilità; laddove il partner carnefice non sbaglia mai e accusa gli altri di sbagliare, il partner vittima è pronto a prendersi tutte le colpe e a sentirsi sbagliato per ogni cosa che fa e che dice; laddove il carnefice si pone come moralizzatore, onnipotente e detentore di una verità assoluta, il partner vittima è pronto a farsi moralizzare, redimere, denigrare per il suo stesso bene; laddove il carnefice farà esplodere la sua rabbia per sentire la sua potenza, la vittima farà di tutto per ripristinare la calma con stoica sopportazione.

Una relazione violenta, quindi, si nutre delle complementari caratteristiche dei partners: a fronte, infatti di un partner che esercita e abusa di un potere per sentirsi importante e di valore, c’è sempre un altro partner che subisce quel potere a causa di una scarsa o nulla autostima. E’ su questa mancanza di autostima che il potere dell’altro si costruisce, è di questa grande insicurezza che l’altro si nutre ed è proprio il sentimento di poco valore che costringe il partner vittima a colpevolizzarsi, attribuendosi la responsabilità di ciò che non va nella relazione.
La strategia dell’Isolamento fa leva proprio sul poco valore di base che la vittima si dà e che il carnefice ha ridotto al nulla assoluto instillando nella vittima anche un sentimento di vergogna che non le permette di confidarsi con nessuno.

Confidarsi con qualcuno, infatti, significherebbe non solo non proteggere più il partner maltrattante, ma ammettere di subire maltrattamenti. Questo pone la vittima di fronte alla paura di essere giudicata dagli altri come una stupida, una che non è capace di ribellarsi, una sciocca che non si sa far rispettare. Chi subisce maltrattamenti non è ignaro della gravità e della pericolosità di quello che subisce, ma talmente incastrato nel suo ruolo da non riuscire a sottrarsene. E questo, inevitabilmente, mette la vittima nella condizione di pensare a se stessa come ad una persona incapace di reagire e, quindi, sbagliata. Questo sentimento di inadeguatezza non solo è artefice della difficoltà di sganciarsi dal carnefice, ma è anche artefice di quel sentimento di vergogna che impedisce alla vittima di parlarne con qualcuno.

Il senso di vergogna, quindi, predispone già la vittima ad isolarsi dagli altri, a non condividere più, a non raccontare più; il ruolo del carnefice, a questo punto, è quello di “completare il lavoro”, inducendo la vittima a credere che nessuno, al di fuori di lui, può davvero accettarla così com’è, visto che è così stupida e sbagliata (“Solo io posso amarti. Solo io posso sopportare tutti i tuoi errori. Solo io posso redimerti. Solo io sono in grado di stare con una persona di così poco valore come te. Sei fortunata ad avere me al tuo fianco. Senza di me non sei niente perché nessuno ti vorrebbe per come sei”).

Con l’Isolamento, il carnefice si assicura non solo che la vittima non faccia venir fuori il marcio, ma anche di diventare per la vittima l’unica fonte di calore; un calore che brucia, ustiona, sfigura, devasta, distrugge, uccide, ma pur sempre percepito calore in mezzo al gelo della solitudine, della vergogna e del vuoto affettivo.

Sono questi i meccanismi perversi che nutrono una relazione violenta; sono questi i vissuti che rendono così difficile alle vittime di rendersi consapevoli della pericolosità del non porre fine alla relazione, pur rendendosi conto di essere all’interno di una spirale di violenza.

Perché arriva sempre un momento in cui ci si rende consapevoli di essere dentro una relazione violenta e pericolosa e quando questa consapevolezza arriva, la vittima può provare sia rabbia, sia paura verso il suo carnefice.

Facendosi guidare dalla rabbia, la vittima può pensare di cambiare la situazione combattendola dall’interno, sfidando il carnefice ed instaurando con lui una lotta di potere; così, più il Carnefice “picchia duro” (metaforicamente e non), più la Vittima risponde in modo ancora più duro e provocatorio con l’obiettivo di fargli vedere chi è più forte di chi. Questa dinamica, in realtà, non cambia la relazione violenta, bensì non fa altro che renderla ancora più distruttiva e violenta, facendo diventare la vittima non più solo vittima, ma anche carnefice a sua volta.

Nei momenti in cui prevale la paura, invece, la vittima cercherà di fare la brava, così da non urtare la suscettibilità del partner, pensando, così di evitare di farlo esplodere. Quando prevale la paura, la vittima può pensare di poter avere un controllo sulla relazione attraverso la sua completa sudditanza all’altro, in modo da non dare al carnefice possibilità di agire e reagire. Questa dinamica, in realtà, non pone limiti nè alla relazione né al carrnefice che, al contrario, amplificherà la percezione di Sé come onnipotente e i suoi attacchi distruttivi verso la vittima.

Sicuramente rendersi consapevoli di essere dentro una relazione violenta è un primo passo fondamentale per poter pensare di salvarsi, ma occorre fare un passo successivo per potersi davvero salvare. Occorre rendersi consapevoli del proprio ruolo nella costruzione e nel nutrimento della relazione, comprendere quanto quella mancanza di autostima e quel poco valore di Sé siano da prendere in considerazione e da nutrire per non permettere più né al carnefice né ad altri di agganciarvisi per nutrire il proprio potere.

Dalle relazioni violente ci si può salvare, ma non è certamente continuando a subire che si può farlo, né tanto meno combattendo l’altro o sfidandolo.

Da una relazione violenta ci si salva denunciando la situazione in cui si vive (così da rompere il muro di omertà di cui si nutre l’isolamento) e chiedendo aiuto per affrontare le proprie paure e per imparare a darsi un valore di Sé (così da poter trovare il coraggio di andarsene vincendo la paura, la vergogna ed il senso di colpa e nutrendo la propria autostima).

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Simona Baiocco