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presentarsi senza maschera

Farsi conoscere: sapersi vendere o presentarsi?

L’essere umano è un essere sociale, un individuo che non può prescindere dagli altri individui; anche la persona più solitaria al mondo, non può non tenere conto dell’esistenza di altre persone oltre che di se stessa.

La definizione stessa di solitudine è in rapporto agli altri: se mi definisco solo o se dico di sentirmi solo, costruisco un pensiero riguardo me stesso in rapporto all’esistenza di altri esseri umani e alla relazione che ho o non ho con loro.

Nei diversi ambiti del nostro quotidiano veniamo in contatto continuamente con le altre persone; con alcune di esse, ci incrociamo solamente, con altre ci sfioriamo appena e poi ci sono quelle persone con cui, invece, entriamo strettamente in connessione.

La nostra vita è fatta principalmente di relazioni, diverse nella natura e nei contenuti.

Ci sono relazioni superficiali e, all’opposto, relazioni intime (con tutte le diverse sfumature possibili di relazioni da un estremo all’altro); ci sono le relazioni familiari, le relazioni amicali, quelle sentimentali, quelle professionali e anche quelle virtuali. Sono talmente tante le tipologie di relazioni che, quotidianamente, ci troviamo a vivere che servirebbe un’enciclopedia per individuarle tutte.

In ogni tipo di relazione in cui ci accingiamo ad entrare, inizialmente ci troviamo a fare quelle che vengono definite “presentazioni” che hanno lo scopo di aprire alla possibilità di conoscersi reciprocamente per costruire insieme uno “stare in relazione”; il modo in cui scegliamo di presentarci agli altri ed il modo in cui l’altro si presenta a noi getta le basi della relazione stessa.

Il modo di presentarsi, infatti, può facilitare l’apertura al processo di conoscenza o, al contrario, ostacolarla.

Più mi presenterò all’incontro con l’altro corazzato e più metterò distanza, costringendo l’altro a vedere la corazza ancor prima di me e ad impiegare un bel po’ di tempo a trovarmi (se ci riesce) dietro la spessa armatura.

Più mi presenterò all’altro “al naturale”, senza maschere e artifici, spogliato dell’armatura e di tutte le sovrastrutture e più accorcerò le distanze, stimolando nell’altro la curiosità e permettendogli così di trovarmi con più facilità, comprendendomi nel profondo.

Quando parlo di processo di conoscenza, faccio riferimento a quel processo che permette alle persone di comprendersi autenticamente e profondamente, senza veli, barriere e pregiudizi ed  in cui ci si possa sentire liberi di essere se stessi, nel bene e nel male, senza condizionamenti.

Va da sé che, non in tutte le relazioni che abbiamo dobbiamo necessariamente sentire il desiderio di conoscere e farci conoscere intimamente e profondamente: se con una data persona vogliamo mantenere le distanze (per i più svariati motivi) non siamo obbligati ad attivare quel processo di conoscenza intima e profonda e possiamo serenamente rimanere in superficie.

Ma se in una relazione, invece, ci interessa che l’altro possa davvero comprenderci, davvero capire chi siamo e sceglierci per ciò che siamo è necessario muoverci il più possibile con autenticità, senza maschere o armature, senza indossare “abiti” utili a nascondere le nostre insicurezze ma che non corrispondono al nostro vero Essere.

Se all’incontro con l’altro ci presentiamo diversi da ciò che siamo, recitando una parte, un copione già scritto a cui aderire con l’idea di proteggerci o di renderci più adeguati e accettabili, stiamo remando contro ogni possibilità di conoscere e di farci conoscere.

Avvicinarsi all’incontro con l’altro recitando una parte ostacola e fuorvia l’intero processo di conoscenza, nutrendo un’immagine idealistica di sé che diventa una gabbia dentro la quale la propria identità resta imprigionata e che, alla lunga, può strutturare diversi sintomi psicologici (disturbi d’ansia, disturbi psicosomatici, disturbi depressivi).

Quando all’incontro con l’altro ci “mascheriamo da…” dobbiamo essere consapevoli che non ci stiamo presentando all’altro, non stiamo gettando le basi per una reale conoscenza, ma stiamo vendendo un’immagine ideale di noi stessi, stiamo coprendo ciò che siamo davvero cercando di imbonire l’altro.

Nella nostra vita spesso ci sentiamo dire: “Se vuoi avere successo, ti devi saper vendere!”

Ma non serve sapersi vendere per avere ciò che si desidera e di cui si sente il bisogno; occorre sapersi presentare.

“Presentarsi”, infatti, non equivale a “Sapersi vendere”

Se mi presento metto in luce ciò che sono realmente, risorse e limiti, non cercando di convincere l’altro “a prendermi”, né ostentando i miei punti luce e nascondendo le mie zone d’ombra.

Se mi presento, non ho bisogno di convincere nessuno ad accogliermi: sarò in grado di valorizzare i miei punti di forza senza vergognarmi dei miei limiti e delle mie debolezze, lasciando all’altro libertà di scegliermi o di non scegliermi; e se l’altro mi sceglierà sarà davvero per ciò che sono realmente e questo mi farà sentire davvero voluto.

Eppure, se ci pensiamo, a volte è più facile credere che la soluzione per essere ben accolti passi proprio per la vendita di un’immagine di sé idealistica, quella che pensiamo possa essere”la più gettonata” dal nostro interlocutore, quella che offre la visuale del nostro “profilo migliore”…

Questo è più facile vederlo, per esempio, sui social network, luogo di ritrovo di contatti per lo più virtuali (dove le “amicizie” si contano a suon di “like”), ma, in realtà, questo modo di pensare e di approcciare alla relazione con l’altro si estende ben oltre i social.

Pensiamo a quando ci proponiamo per un lavoro… Quante volte ci è capitato di dire o ci è capitato di sentir dire queste frasi? 

“Come mi conviene essere? Che mi conviene dire? Devo dire quello che davvero so fare o non fare rischiando che non vada bene e che mi dicano un “no”oppure è meglio dire che sono esperto così è più facile che mi dicano “vai bene”? E se poi se ne accorgono che non è vero quello che sto dicendo? Ma mi crederanno?”

La paura che la nostra candidatura sia scartata o addirittura neanche presa in considerazione, ci fa credere che indossare gli abiti della perfezione aumenti le possibilità di essere scelti; in realtà, più ci approcciamo in modo poco autentico e più risulteremo poco credibili, esponendoci alla concreta possibilità di un rifiuto.

Questo modo di avvicinarsi all’incontro con l’altro coinvolge più ambiti della nostra vita e mina ogni possibilità di conoscere e farci conoscere in modo autentico e di farci accogliere dalle persone con cui vogliamo e desideriamo “entrare e stare in relazione”. 

E nelle relazioni affettive (familiari, sentimentali ed amicali) più che mai questa modalità di approccio all’altro non lascia spazio alla costruzione di una relazione intima e profonda.

Se ci pensiamo. è paradossale: cerchiamo di dare all’altro un’immagine di noi il migliore possibile pensando così di rassicurarci rispetto alla sua scelta e inconsapevolmente costruiamo, invece, tutte le condizioni per non essere desiderati davvero per ciò che siamo e per sentirci, di conseguenza, ancora più insicuri e incompresi.

Ma perché, a volte, sembra così difficile, se non impossibile, pensare di presentarsi agli altri in modo autentico?

Perché ci convinciamo che sia meglio recitare una parte, esporre il profilo migliore di sé e nascondersi dietro una maschera o un’armatura per essere accolti dagli altri?

E perché preferiamo pensare di dover diventare “abili e scaltri venditori di noi stessi” anziché “sinceri e fidati presentatori di noi stessi”?

C’è un tipo di relazione che dovrebbe impegnarci più di tutte in verità e di cui invece sembriamo occuparci poco: la relazione che ognuno di noi ha con se stesso e che, inevitabilmente, influenza anche le nostre diverse relazioni con le altre persone.

Se la prima persona con cui fatico ad entrare in relazione sono proprio io, sarà difficile entrare in relazione con chiunque altro.

Se non curo la relazione con me stesso, se non accolgo tutte le parti di me, anche quelle più “indigeste”, non sarò mai in grado di presentarmi al mondo in modo autentico e profondo, costringendomi a dover vendere un’immagine falsata ed idealistica che “nulla (o poco) ha a che fare con me” questo, inevitabilmente, mi darà non pochi problemi nella relazione con gli altri individui.

L’essere umano è un essere sociale, la cui esistenza non può prescindere da quella degli altri individui con i quali inevitabilmente entra in relazione nel suo vivere quotidiano.

Ma per saper star bene con gli altri è necessario prima saper star bene con se stessi.

Entrare in contatto con se stessi, prendersene cura per stare bene nella relazione con se stessi è il primo passo fondamentale per riuscire a presentarsi agli altri in modo autentico e per riuscire a costruire, laddove si voglia, relazioni sane in cui poter stare bene sentendosi accolti e voluti per ciò che si è davvero.

 

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Author Info

Simona Baiocco

Psicologa Clinica e di Comunità - Psicoterapeuta ad indirizzo Strategico Integrato (Adulti - Coppie - Adolescenti - Gruppo) - Iscr. Albo Psicologi Lazio n. 14455

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