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Funzionalità strategica dell’ansia e del panico

Quando si soffre di ansia o di attacchi di panico, solitamente, si mettono in atto istintivamente dei comportamenti che, sul momento, hanno il vantaggio di ridurre il sintomo. Ad esempio, si cominciano ad evitare le situazioni considerate minacciose oppure si scappa in presenza di tali eventi; ci si affida ai farmaci tentando di gestire il problema, rimanendo poi “incastrati” nel non poterne più fare a meno; si può chiedere sempre più spesso aiuto agli altri sentendosi a lungo andare dipendenti dagli altri; ci si convince che prima o poi si morirà a causa dell’attacco di panico, finendo così di controllare continuamente e ossessivamente il corretto funzionamento del proprio corpo. Purtroppo sono proprio questi tentativi che, ripetuti nel tempo, costruiscono quei circoli viziosi che confermano, mantengono o peggiorano il problema stesso (ad esempio, nell’attacco di panico il controllo del proprio battito cardiaco ha l’effetto paradossale di alterarlo ancora di più).

La persona che soffre di ansia o di panico con il tempo, per contenere il disturbo, evita, quindi, le situazioni potenzialmente pericolose, credendo in tal modo di trovare una soluzione al problema; in realtà, questa “tentata soluzione” non fa altro che rinforzare l’idea che quella determinata situazione sia pericolosa ed il sintomo prende sempre più forza. Evitare una situazione minacciosa, infatti, rinforza un’immagine di sé incapace di reagire, predisponendo ad evitare sempre più situazioni potenzialmente “pericolose”; tutto questo nel tempo contribuisce a costruire la percezione e la sensazione della propria incapacità e della propria dipendenza: la persona diventa, così, l’artefice del problema che subisce.

Soffrire di un disturbo d’ansia e di attacchi di panico è indubbio che fa vivere in una condizione di limitazioni tali da esporre la persona ad un senso impotenza di fronte ad una paura che, razionalmente sa essere infondata, ma emotivamente talmente tanto difficile da gestire che la fa sentire schiacciata. Così molte persone ricorrono ai farmaci per limitare la propria ansia, pensando che una terapia farmacologica basti per risolvere la situazione; in realtà, intervenire con la sola terapia farmacologica produce un effetto valanga che non fa altro che rinforzare la sintomatologia stessa. Assumendo il farmaco, infatti, il sintomo sparisce per effetto del farmaco stesso e non perché il problema si risolve; questo produrrà nella persona un senso di sconforto e di instabilità che va a rinforzare la manifestazione acuta del disturbo di ansia o di panico. In tal modo, la persona rimane in uno stato ansioso (anche se non acuto) tale da produrre con il tempo il sintomo stesso. Il farmaco, quindi, rimuovendo temporaneamente il sintomo per effetto chimico, non permette la presa di contatto e di consapevolezza delle cause del disturbo senza, quindi, possibilità di una risoluzione a lungo termine.

Il sintomo di ansia o di panico, infatti, non è altro che un segnale di allarme che le emozioni mandano attraverso il corpo; le emozioni, non potendo esprimersi liberamente perchè bloccate e cortocircuitate, utilizzano il sintomo per comunicare alla persona che ne soffre la presenza di un disagio, di un problema di cui prendersi cura.

L’unico modo, quindi, per risolvere alla radice l’ansia patologica è quello di intervenire a livello psicologico per capire cosa il sintomo cerca di comunicare alla persona; se è vero che i farmaci hanno il vantaggio di controllare il sintomo, è altrettanto vero che “tappano solo il buco”, ovvero non permettono di prendere contatto con le proprie emozioni attraverso una presa di consapevolezza del significato emotivo che ha tutto ciò che sta accadendo. Non possiamo, infatti, ignorare ciò che è il vantaggio secondario dell’ansia, la sua funzionalità strategica, ovvero il personale significato che ogni individuo che ne soffre gli attribuisce e che permette il mantenimento del disturbo; questo vuol dire che alla base di un sintomo di ansia o di un attacco di panico, così come per tutti i disturbi psicologici, c’è sempre un motivo, un perché proprio quel sintomo sia stato scelto e non altri, un modo in cui è stato costruito. Per questo motivo, diventa fondamentale lavorare con un intervento psicologico mirato a comprendere il personale significato che il sintomo ha nella storia della persona che ne soffre. Ansia e Panico sono lì perché ci stanno comunicando qualcosa, perché hanno uno specifico compito da svolgere, pur se nella maniera più dolorosa e disfunzionale possibile.

Prendersi cura del sintomo, quindi, non vuol dire controllarlo attraverso il farmaco: questo a lungo andare significherebbe dare al farmaco il controllo sulla persona stessa perché il farmaco occulterebbe il messaggio emotivo criptato dall’ansia, con la conseguenza di uno spostamento verso un altro disturbo o con il riacutizzarsi dei sintomi al termine della cura farmacologica.
Prendersi cura dell’ansia e del panico significa lavorare a livello psicologico al fine di individuare fattori predisponenti, scatenanti e di mantenimento, così da attivare modalità di risposta differenti dall’ansia e più funzionali, dando così alla persona la possibilità di affrontare il sintomo e di gestirlo, imparando a dare importanza e valore alle proprie emozioni così come a se stessa.

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