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L’utilizzo dei film di animazione come strategia terapeutica

Nel mio lavoro clinico mi succede spesso di trovarmi di fronte alle resistenze di un paziente nel prendere contatto con le sue emozioni. Il lavoro terapeutico, però,  non può prescindere dal toccare le corde emotive: sono proprio le emozioni che gettano le fondamenta per la costruzione della nostra realtà, guidandoci nell’attribuzione di significati agli eventi della nostra vita e nella ricerca di soluzioni tentate ai nostri problemi e alle nostre difficoltà.

Per permettersi di attuare un “cambiamento di rotta”, quindi, è fondamentale che il paziente possa utilizzare le sue emozioni, così da comprendere in che modo abbia costruito la sua realtà e il suo agire; è necessario anche che egli capisca in che modo, nel presente, le sue emozioni tentino di lanciargli segnali di allarme ad indicargli che quella sua realtà continua per lui ad esistere pur se non più funzionale al proprio benessere.

A questo punto è facile comprendere che se le resistenze del paziente a prendere contatto con le proprie emozioni non vengono riconosciute dal terapeuta ed utilizzate nel lavoro terapeutico in modo funzionale e strategico, queste possono diventare un ostacolo all’intero processo di cambiamento.

Ci sono molte “strategie terapeutiche” che permettono di lavorare sulle resistenze del paziente per aiutarlo ad entrare in stretto contatto con le sue emozioni, ma oggi vorrei soffermarmi in particolare su una “strategia” che mi capita sovente di utilizzare nel mio lavoro clinico: la visione dei film di animazione.

E’ ormai noto l’utilizzo del cinema in terapia: il potente effetto evocativo e simbolico delle immagini dei film permette allo spettatore/paziente di entrare in contatto profondo con le proprie emozioni. Ma può accadere che le resistenze del paziente siano talmente rigide da non permettergli di “lasciarsi andare”, diminuendo quindi il controllo, a maggior ragione se gli si dà il compito di guardare un film relativo alla sua problematica. A volte, nel lavoro terapeutico può risultare più utile aggirare l’ostacolo, senza però ignorarlo, piuttosto che “sbattergli contro”; in questi casi, i film di animazione possono diventare per il terapeuta uno strumento molto utile da utilizzare per aggirare una resistenza così forte.

I film di animazione, infatti, hanno tutte le caratteristiche “psicologiche” dei film in genere, ma hanno anche qualcosa in più: sono disegni e non persone in carne ed ossa. Questo permette a chi li guarda di sviluppare empatia e coinvolgimento, tramite dei processi di proiezione ed immedesimazione, ma in maniera meno consapevole e meno diretta rispetto al film fatto di personaggi “reali”.

I personaggi disegnati sono frutto della fantasia, generati da una linea di tratto di matita o da programmi informatici di grafica altamente evoluti, non hanno il volto di un reale essere umano; sono verosimili, ma non veri. Le storie narrate sono favole, fiabe, miti, leggende, racconti fantastici, dove tutto è possibile proprio perché irreale.

Questa prerogativa dei film di animazione permette allo spettatore/paziente di approcciarsi alla visione in modo disinibito, più rilassato e meno controllante; non ha bisogno di “alzare la guardia” sentendosi potenzialmente “minacciato” dalle immagini che man mano vedrà scorrere davanti ai suoi occhi. Le sue sovrastrutture mentali vengono messe “sotto scacco” da un ritorno alle origini attraverso la fantasia e l’immaginazione, recuperando, in questo modo, la sua “parte bambina”, quella parte che, in ognuno di noi, è più in contatto con il mondo emotivo.

Recentemente, il film “Inside Out” ha reso evidente il potere dei film di animazione nella presa di consapevolezza delle emozioni, soprattutto grazie alla trama del film incentrata proprio sul potere delle emozioni nella nostra vita e sull’importanza di dare spazio a qualsiasi emozione, comprese quelle definite convenzionalmente negative. Questo grande potere dei personaggi anime non è da attribuire unicamente al film in questione: in realtà, 0gni film d’animazione, ogni suo personaggio, ogni sua storia, coinvolgendo la fantasia, mette in corto circuito i tentativi di controllo del paziente, aggirando, in questo modo, le sue resistenze. Ogni film di animazione, quindi, può diventare una importantissima risorsa da utilizzare in terapia.

E allora, ecco che per una paziente che ha problemi di svincolo dalle figure genitoriali, per esempio, la storia di Rapunzel diventa uno strumento utilissimo per metterla in contatto con il conflitto interno tra il suo desiderio d’indipendenza e di scoperta (che vive come rischioso e pieno d’insidie) e il suo bisogno di rimanere al sicuro dentro “la sua torre” e per metterla in contatto con il senso di colpa che la divora, ogni qual volta riesce a fare un passo verso l’autonomia.

Oppure, altro esempio, per un paziente che ha cominciato a muovere i suoi primi passi verso il cambiamento e che percepisce per la prima volta quel senso di potere quasi onnipotente che, se non ben gestito, può produrre più danni che altro, la storia della principessa Merida di The Brave può essere un valido aiuto terapeutico per comprendere quanto al senso di potere corrisponda il senso di responsabilità e quanto sia importante nutrire e dare ascolto ad entrambi per arrivare ad una piena consapevolezza di sé che sia davvero libertà di essere.

Penso a quante volte la storia del cavallo Spirit sia stato d’aiuto ad un paziente che non riusciva a vivere le sue relazioni in modo sano, libero, dove non c’era spazio per uno scambio reciproco e dove la relazione veniva vissuta come un essere “addomesticati”, imprigionati come in un recinto. La soluzione del paziente era stata quella di allontanare ogni forma potenziale di relazione, castrando il suo bisogno di affetto e rendendolo solo, esattamente come Spirit. Per il paziente vedere il cavallo Spirit passare dalla condizione di solitudine per timore di essere addomesticato dall’uomo alla costruzione di una relazione di fiducia con l’uomo, è stato fondamentale per riuscire a vedere la differenza tra “vincolo” e “legame” e la bellezza di un rapporto affettivo quando questo è costruito sulla base di una scelta e non sul timore di essere annientato.

In conclusione, i film di animazione, oltre a nutrire il bisogno di leggerezza e di divertimento, favoriscono la presa di contatto, l’espressione e l’elaborazione delle emozioni; per questo motivo, possono essere usati durante la terapia per aiutare il paziente a prendere contatto con temi per lui delicati e difficili da affrontare, aiutandolo così a guardare il suo problema da angolazioni diverse e a cercare soluzioni alternative più funzionali al suo benessere psicologico.

“Perché è questo che facciamo noi animatori, ristabiliamo l’ordine con l’immaginazione. Infondiamo speranza, senza sosta” (Walt Disney)

Tratto da http://intarsi.org/cartoni-animati-e-psicoterapia-lutilizzo-dei-film-di-animazione-come-strategia-terapeutica/ di Simona Baiocco
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Simona Baiocco

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