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Relazioni violente 1

Pensavo fosse amore… invece era violenza (Parte 1)

Come nasce una relazione violenta

Sempre più spesso oggi, purtroppo, gli episodi di cronaca sono intrisi di storie di rapporti malati, culminate in omicidi efferati o atti criminali commessi contro colei o colui che ha “osato rompere il legame d’amore”.

Non metto per caso le virgolette quando parlo di “amore” perché mai come in questi casi si tratta di tutt’altro che Amore. Ma per il momento lascio la parola “amore” e non la sostituisco con termini sicuramente più appropriati perché vorrei provare a capire insieme a voi cosa spinge un rapporto così malato, distruttivo ed insano a costruirsi.

Ultimamente, il caso di Ylenia, la ragazza bruciata dal suo ragazzo, e la sua ospitata in uno dei salotti pomeridiani della nostra televisione italiana ha destato grande sdegno, non solo (e a ragione) per le parole fuorvianti utilizzate dalla conduttrice televisiva che parla del gesto insano come atto di “troppo amore”, ma anche per l’atteggiamento ed il comportamento di Ylenia stessa che, a dispetto di ogni prova, non vuole credere alla colpevolezza del suo ragazzo, prodigandosi in giustificazioni e goffi tentativi di provare l’innocenza proprio di colui che le ha dato fuoco.

Chiunque abbia visto quelle immagini e sentito le parole di Ylenia, non ha potuto fare a meno di provare dapprima sconcerto e subito dopo una profonda rabbia, non capendo come fosse possibile che proprio la vittima di tale violenza potesse, non solo giustificare tutto ciò, ma dire con estrema certezza e naturalezza “Lui mi ama”, dopo quello che aveva subito.

Umanamente, chiunque avrebbe potuto farsi un’idea negativa di Ylenia e giudicarla, rabbiosamente, come una che non meritava neanche una briciola di aiuto perché dimostrava di non volerne.

Vorrei però, per un momento, riflettere insieme, sospendendo l’idea negativa che, umanamente ma non giustamente, possiamo avere di Ylenia.

La reazione di Ylenia non è “colpa di Ylenia”, ma prodotto della relazione malata che, insieme al suo aguzzino, Ylenia ha costruito e non è molto diversa da quella di chiunque intrattenga relazioni di dipendenza psicologica.

La condizione psicologica di Ylenia è frutto dei meccanismi e dei processi psicologici tipici delle relazioni violente, alla cui base c’è sempre una dinamica relazionale di tipo dipendente. Ma non dobbiamo pensare erroneamente che, per definire una relazione violenta, l’unica forma di violenza possibile sia quella fisica: i meccanismi della violenza psicologica sono altrettanto pericolosi, infidi e subdoli tanto quanto quelli della violenza fisica.

Occorre far luce prima di tutto su un aspetto fondamentale: qualsiasi tipo di relazione violenta (psicologica e/o fisica) prende corpo da una dinamica di dipendenza, in cui i ruoli dei partner all’interno della relazione si costruiscono per dare vita e nutrimento al meccanismo perverso della sudditanza psicologica di un partner nei confronti dell’altro partner: la persona bisognosa si lega a colui (o colei) che riempie i suoi vuoti e all’inizio tutto sembra meraviglioso.

Le molteplici attenzioni, il voler stare sempre insieme, il costruirsi un mondo a parte dove tutto intorno è il paradiso e fuori non importa cosa ci sia: nella fase iniziale non c’è differenza tra un rapporto malato ed un qualsiasi rapporto d’amore. Le caratteristiche di una relazione malata si vedono, infatti, un po’ più in là nel tempo.

In un rapporto affettivo sano, la normale simbiosi iniziale lascia il campo ad una individuazione dei partner e ad una conoscenza autentica reciproca, rispettosa delle caratteristiche individuali di ognuno dei due.

In un rapporto di dipendenza, invece, con il tempo la simbiosi ha bisogno di essere sempre più nutrita e cementata per preservare la relazione. Se uno dei due partner proverà ad individuarsi (per esempio cominciando a prendersi i propri spazi), l’altro si ribellerà strenuamente, nel tentativo di non spezzare mai la simbiosi.

Fino ad ora, quindi, abbiamo visto quanto, in realtà, qualsiasi forma di relazione malata si nutra non certamente di amore, ma di un meccanismo perverso di dipendenza e di bisogno spasmodico dell’altro che lega i partners a doppio nodo, non consentendo né di amare, né di essere amato autenticamente dall’altro.

Ma allora cosa differenzia una qualsiasi relazione non sana da una relazione di violenza? E’ solo l’epilogo infausto che mette fine tragicamente alla relazione a far capire se ci si trova davanti ad una relazione violenta e non “semplicemente” non sana?

In realtà, qualsiasi relazione di dipendenza del tipo sopra descritto, in presenza di un partner palesemente violento e/o psicologicamente disturbato (un narcisista perverso o un borderline, per esempio), può sfociare in un rapporto di violenza psicologica e/o fisica. Nei rapporti di dipendenza con soggetti di questo tipo, infatti, i ruoli all’interno delle relazioni sono ben definiti: Vittima/bisognosa e Carnefice/benefattore.

E’ necessario sottolineare che non sempre il ruolo di vittima è quello della donna, così come non sempre il ruolo di carnefice è quello dell’uomo; ci possono essere, infatti, relazioni violente in cui la vittima è un uomo e il carnefice è la donna. Questo ci porta a fare una prima riflessione sulle diverse modalità nelle relazioni violente: pur non mancando donne che picchiano i propri uomini, le donne carnefici, di norma, tendono più ad agire un tipo di violenza psicologica (manipolazione perversa e stalking per esempio), mentre l’uomo carnefice, in virtù di una maggiore prestanza fisica, tende ad avere comportamenti violenti di tipo fisico (minacce, aggressioni, botte, stupri) per rinforzare il suo potere e il ruolo di suddito dell’altro. In ogni caso, qualsiasi forma di violenza (sia fisica, sia psicologica) è dannosa ed estremamente pericolosa e, se non interrotta, può sfociare in tragedia (omicidio o suicidio).

Per capire, quindi, come è possibile “ritrovarsi” in una relazione violenta proviamo a partire dall’inizio, quando le due persone si incontrano e si scelgono.

Ovviamente, nessuno di noi consapevolmente stringerebbe mai una relazione con una persona palesemente violenta o pericolosamente manipolativa e perversa; nessuno mai sceglierebbe consapevolmente di essere manipolato e/o picchiato. Ma immaginiamo di avere un filtro davanti agli occhi e che quel filtro non ci permetta di vedere nitidamente l’altro così come è, ma distorce l’immagine dell’altro ai nostri occhi, un po’ come fanno gli specchi deformanti, rendendoci “ciechi” rispetto ad ogni suo aspetto negativo, violento e/o manipolativo.

All’inizio di ogni relazione affettiva, le persone tendono ad idealizzare l’altro; con il proseguire della conoscenza, però, gli aspetti idealizzati si scontrano con gli aspetti reali dell’altro e questo permette alla relazione di crescere e di evolvere.

In alcune condizioni di fragilità psicologica, però, l’idealizzazione dell’altro non ha fine, piuttosto viene nutrita e rinforzata ogni giorno di più. Questo succede, per esempio, quando la nostra autostima è bassa tanto da non farci sentire importanti e quando il nostro bisogno di sentirci amati, desiderati, voluti, accolti può portarci a cercare, erroneamente, nell’altro una risposta ai nostri desideri più intimi, piuttosto che a cercare le risposte dentro noi stessi; è così che ci esponiamo, inconsapevolmente, alla costruzione di una relazione con l’altro sulla base di una dipendenza affettiva. Questa dinamica di dipendenza ci porta ad una distorsione nella percezione dell’altro e ad idealizzarlo piuttosto che a conoscerlo davvero nella sua autenticità.

Ognuno di noi, infatti ha le sue zone di ombra, ma il meccanismo dell’idealizzazione non permette alla persona di percepire le ombre dell’altro, neanche quando il buio dell’altro lo avvolge completamente.

Immaginiamo, a questo punto, che una persona così “bisognosa” incontri una persona violenta e manipolativa che, inizialmente, si veste da “benefattore”, adoperandosi instancabilmente per esaudire ogni suo desiderio: se ne occupa, la ricopre di attenzioni, la fa sentire bella, importante, unica, la sola desiderabile, conquistandone, così, la piena fiducia.

E’ in questa fase che inizia il gioco manipolativo che tramuta pian piano il Benefattore in Carnefice ed il Bisognoso in Vittima: “Con chi sei uscita? Dove sei stata? Perché non mi hai chiamato? Mi devi sempre chiamare, io devo sempre sapere dove sei e con chi stai perché mi preoccupo per te! Quello ti ha guardata e tu hai ricambiato lo sguardo. Non lo fare mai più perché tu sei mia e non voglio che nessuno al difuori di me ti guardi e che tu ti lasci guardare da qualcuno che non sia io”. Queste sono frasi tipiche che il Benefattore può utilizzare per indurre l’altro a pensare che le sue richieste così pressanti ed invadenti siano motivate e mosse da genuina preoccupazione e sempre più profondo interesse.

L’altro difficilmente leggerà frasi di questo tipo come mancanza di fiducia e di rispetto perché agli occhi di una persona che brama dal desiderio di sentirsi unica ed importante, queste richieste possono essere interpretate come dimostrazione di amore e preoccupazione, richieste da dover esaudire per ricambiare quelle attenzioni dalle quali si sente così avvolto e protetto.

Le insinuazioni e le denigrazioni sottili diventano così uno strumento di manipolazione psicologica perfetta per il Carnefice che pian piano prende sempre più corpo sostituendosi alla figura iniziale di Benefattore, cominciando a tessere la sua tela in un clima di ambiguità che l’altro, in piena fase di idealizzazione, interpreta come chiaro segnale e dimostrazione di attenzione e interesse e non certamente come forme di controllo,

La persona Bisognosa, così, si trasforma in Vittima di una relazione violenta, una relazione vissuta ancora con l’inconsapevolezza tipica di chi, accecato dal filtro dell’idealizzazione e dal cercare spasmodicamente nell’altro la realizzazione di ogni suo desiderio, è miope a tal punto da non riuscire a cogliere nitidamente l’ambiguità e la pericolosità delle condotte manipolative e subdole del Benefattore già diventato ormai suo Carnefice.

Se qualcuno esterno alla relazione, provasse a far vedere alla Vittima l’ambiguità dei comportamenti dell’altro, la Vittima non gli crederebbe affatto; tutt’altro, penserebbe che il mondo esterno non la comprende, rinforzando, così, la sua idea che l’unica persona in grado di capirla sia solo il suo Carnefice/Benefattore. La vittima, infatti, finché l’idealizzazione dell’altro è in essere, è completamente assorbita e fagocitata dalla dinamica della dipendenza e minimamente consapevole dei meccanismi perversi e distruttivi che la nutrono e la alimentano.

Le manipolazioni del Carnefice, fintanto che fanno presa a livello verbale, si fermano alle parole, ma quando non trovano più quella che secondo il Carnefice è la giusta rispondenza, si tramutano in poco tempo in minacce, tali da cominciare a incutere timore nella Vittima. Infatti, quando il solo controllo verbale non basta, il Carnefice, preserva la simbiosi con un’altra strategia: incutere nell’altro il timore e la preoccupazione delle sue reazioni, come forma più potente di controllo sull’altro. E fintanto che la strategia delle minacce funziona, la violenza fisica può ancora non essere palesata: la vittima vive in un clima di timore e preoccupazione perenne, ma è proprio attraverso tale clima emotivo che il Carnefice mantiene il Controllo, sentendo, così, di avere pieno Potere sull’altro e sulla relazione stessa.

Manipolazione e Controllo diventano, quindi, gli strumenti perversi attraverso i quali il Carnefice getta le fondamenta di una relazione basata unicamente sulla coercizione dell’altro, in cui la dinamica di dipendenza, giorno dopo giorno, si tramuta in violenza psicologica e/o fisica.

Fin qui abbiamo cercato di delineare e comprendere le origini di un rapporto violento; in un prossimo articolo cercheremo di capire come i rapporti violenti si evolvono nel tempo, prendendo sempre più nutrimento attraverso specifiche dinamiche relazionali che il Carnefice mette in atto per depotenziare sempre più la Vittima, facendo leva proprio sulle sue fragilità, fino a togliergli ogni potere decisionale.

Continua…..

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Simona Baiocco

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