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Sbagliare è umano… perdonarsi è necessario

A chi di noi non è mai capitato di sbagliare? A chi di noi non è mai capitato di commettere un errore? Ognuno di noi nella vita di tutti i giorni può commettere degli errori nel lavoro, nel proprio rapporto di coppia, con i propri figli, con gli amici… L’errore fa parte del nostro essere umani. Non possiamo pensare di trascorrere la nostra esistenza senza commettere un solo sbaglio: significherebbe non accettare i nostri limiti e la nostra umana imperfezione.

A volte, però, accettare la nostra umanità e la possibilità di sbagliare sembra “più facile a dirsi che a farsi.” Ci sono errori che facciamo senza passare il resto della vita a sentirci in colpa per averli commessi e altri che, invece, pesano su di noi come macigni e da cui sembra impossibile liberarci. Si può comprendere, quindi, come il modo di percepire e di pensare al tipo di errore commesso influenzi inevitabilmente il modo in cui sentiamo e viviamo l’errore stesso.

L’errore è errore in ogni caso, ma quando percepiamo i nostri sbagli dandogli una connotazione estremamente negativa, tendiamo a giudicarli come parte del nostro essere, attribuendogli un significato profondo di insuccesso, incompetenza, inadeguatezza, vivendo così il nostro sbaglio come fallimento personale. Quando questo succede, commettere un errore ci porta a inevitabilmente a sentirci persone sbagliate.

Spesso è la nostra esperienza passata a trarci in inganno, facendoci pensare che ogni nostro errore ci porterà davanti alla “corte marziale”, davanti a chi ci giudicherà inadatti, sbagliati (primi fra tutti noi stessi). Succede che a volte, sin da piccoli, impariamo a dare ai nostri errori una valenza negativa esclusivamente associabile alla parola fallimento: veniamo rimproverati quando sbagliamo, veniamo puniti, ma nono sono altrettante le volte in cui veniamo, invece, incoraggiati a fare, a sperimentare, a osare.

Albert Einstein diceva: “Non hai mai commesso un errore se non hai mai tentato qualcosa di nuovo” e come recita un famoso proverbio “Solo chi fa sbaglia”. In sostanza, è solo facendo esperienza che possiamo realmente capire ciò di cui abbiamo bisogno e ci fa star bene e ciò che, invece, non ci piace e ci fa star male. L’esperienza insegna e finché un evento (qualunque esso sia) non lo attraversiamo, non possiamo farne esperienza, non potendo, quindi, sapere cosa è giusto o sbagliato per noi. Questo significa necessariamente poter accettare il rischio di cadere nell’errore: è proprio attraverso i propri errori, infatti, che possiamo comprendere il nostro vissuto e trarne degli insegnamenti di vita e conoscenza sempre più autentica di noi stessi. Bisogna, quindi, poter imparare dai propri errori; ma questa è un’abilità tutt’altro che scontata.

Siamo più soliti imparare ad avere paura dei nostri errori piuttosto che a viverli come opportunità di crescita, perché sbagliare ci mette di fronte a quella che è forse la paura più grande di tutti: non essere amati per ciò che siamo, ma per quello che facciamo. E quando leghiamo il nostro valore ai nostri comportamenti e non al nostro essere, ci condanniamo a vivere ogni nostra azione con un carico di ansia e di giudizio che non lascia scampo alla libertà di essere. Così non diamo possibilità alla nostra autostima di prendere corpo e forza, legando il nostro valore di persone al giudizio (positivo o negativo) delle nostre azioni. Un vissuto così carico di ansia e di giudizio non facilita certamente la valutazione della propria esperienza come opportunità di crescita ed evoluzione: paradossalmente, più staremo attenti a non sbagliare e più sbaglieremo (l’ansia da prestazione in tutte le sue molteplici forme si crea proprio a partire da questo circolo vizioso).

La paura di sbagliare può portare a diversi disagi emotivi, di cui l’ansia da prestazione è solo la punta dell’iceberg: incapacità di prendere decisioni e fare delle scelte, incapacità di ideare e realizzare il proprio progetto di vita, manie di perfezionismo, senso di colpa che mina implacabilmente la propria autostima, paura di deludere le aspettative (proprie e altrui), disturbi ossessivi-compulsivi, disturbi sessuali, ecc.

Imparare che sbagliare può succedere ci dà l’opportunità di passare da un atteggiamento giudicante e di rimprovero verso noi stessi ad un atteggiamento di autovalutazione non giudicante dei nostri comportamenti che crea i presupposti per una maggiore comprensione di noi stessi e consapevolezza di sé.

Sbagliare è condizione base dell’apprendimento: l’errore è un componente naturale della nostra esistenza umana e necessario alla nostra crescita. Pretendere di non sbagliare, quindi, ci espone ad un sicuro fallimento perché nessun essere umano non può non commettere errori: è impossibile, è innaturale e inumano. Quindi, prima accetteremo la nostra imperfezione, prima riusciremo a ritenere i nostri errori come normali, impossibili da non fare, ammissibili, sopportabili, perdonabili e prima riusciremo ad imparare da essi.

Se, al contrario, continueremo a giudicare i nostri errori come inammissibili, l’ansia ci assalirà al solo pensiero di fare e alla fine rinunceremo ad agire per paura di sbagliare, per il timore di venire annientati dai nostri errori e per non sentirci falliti e sbagliati nel nostro essere. Solo riuscendo ad essere più amororevoli ed indulgenti con noi stessi possiamo vivere i nostri errori come opportunità e non come falimento.

Se sbagliare è umano, perdonarsi è necessario… perché solo se riusciamo a perdonarci la nostra umanità e la nostra imperfezione, riusciremo ad avere il coraggio di agire e di attuare cambiamenti nella nostra vita quando ci saranno delle situazioni che non ci soddisfano più. Solo perdonando a noi stessi i nostri errori saremo in grado di relazionarci agli altri in modo amorevole e non giudicante, costruendo relazioni sane e alla pari. Solamente accettando il rischio di sbagliare riusciremo a fare delle scelte, muovendoci verso l’ignoto piuttosto che rimanere imprigionati in realtà che non ci appartengono.

Il coraggio non è mancanza di paura, ma è una scelta… quella di guardare negli occhi quella paura per attraversarla… Chi non osa, chi non attraversa, non sbaglierà mai forse, ma rimarrà per sempre imprigionato in un’illusione di vita fatta in realtà di terrore, staticità, immobilità e sofferenza.

In conclusione, riporto il testo di una famosa e bellissima canzone di Francesco De Gregori che trovo essere una splendida metafora della vita e dell’importanza degli errori nella vita stessa…. Perché, in fondo, chi di noi nella propria vita non ha mai avuto paura di sbagliare “il suo calcio di rigore”?

 

“La leva calcistica della classe ’68” di Francesco de Gregori

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone e terra e polvere che tira vento e  poi magari piove

Nino cammina che sembra un uomo con le scarpette di gomma dura/ dodici anni e il cuore pieno di paura.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore; un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori tristi che non hanno vinto mai ed hanno appeso le scarpe a  qualche tipo di muro.

E adesso ridono dentro al bar e sono innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai; chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.

Nino capì fin dal primo momento, l’allenatore sembrava contento e allora mise il cuore dentro le scarpe e corse più veloce del vento.

Prese un pallone che sembrava stregato accanto al piede rimaneva incollato, entrò nell’area tirò senza guardare ed il portiere lo fece passare.

Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore; un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia.

Il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette; quest’altr’anno giocherà con la maglia numero sette.

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Simona Baiocco

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