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Siamo tutti un po’ psicologi: i falsi miti e le credenze nell’aiuto psicologico

Quando molti anni fa decisi di voler fare la psicologa, non avrei mai immaginato che questa professione provocasse nell’immaginario collettivo i tanti pregiudizi che negli anni ho imparato a conoscere. Sono state tante le situazioni che mi hanno fatto comprendere quanto ancora questa figura professionale sia avvolta da una nuvola di mistero e falsi miti prodotti da una diffusa ignoranza in materia psicologica che ha trovato terreno fertile in anni di lacunosa e distorta informazione riguardo alla psicologia.

In queste ultime settimane, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha lanciato #VoltaPagina una Campagna video di sensibilizzazione e promozione della professione di psicologo. Credo che questo sia un segnale di forte e necessario cambiamento rispetto alla diffusione di una diversa cultura psicologica che speriamo contribuisca ad aprire le porte ad una nuova visione con l’obiettivo di riuscire a buttare giù quel muro di ignoranza che in tanti anni ha contribuito a far nascere e crescere il timore verso la figura della psicologo insieme a tanti miti da sfatare.

Ma quali sono questi miti? Ce ne sono davvero tanti, ma in questo articolo cercheremo di puntare l’attenzione su quelli più diffusi, prendendo spunto proprio da quelli che sono stati oggetto dei quattro video umoristici girati per la campagna promossa dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.

Quante volte, all’interno di una discussione, ci è capitato di sentire frasi del tipo: Io non andrò mai da uno psicologo perché non ne ho bisogno; lo psicologo cura i matti e io mica sono pazzo!”. Questo è probabilmente il mito più difficile da sfatare perché figlio di una visione distorta che viene da lontano e che individua il disturbo mentale come pazzia; questo mito si nutre, inoltre, della grande confusione che ancora oggi regna attorno sia alle diverse figure professionali dello psichiatra e dello psicologo, sia alla diversa tipologia di problematiche affrontate (disturbo psicologico e disturbo psichiatrico non sono la stessa cosa). Spesso le persone si vergognano di dire che hanno un problema psicologico perché credono che questo vorrà dire essere additato come “pazzo”, “da manicomio”. In realtà, allo psicologo si può rivolgere ogni persona che vive una qualsiasi forma di disagio emotivo per esempio, dovuto alla difficoltà nella elaborazione di una perdita o di una separazione, ad un problema in una relazione che non ci fa sentire appagati,  ad una mancanza di autostima che non ci permette di sentirci pienamente realizzati. Se questi problemi fossero indice di pazzia potremmo allora dire di essere tutti matti perché non esiste persona al mondo che almeno una volta nella vita non ha provato questo tipo di disagio emotivo.

E questo ci porta diritti ad un altro mito da sfatare che fa dire frasi simili a questa: “Io sono forte, non ho bisogno dello psicologo perché io i miei problemi me li vedo da solo…”. Questo tipo di frasi nascono dalla distorta convinzione che essere forti significa non mostrare mai i propri limiti e le proprie debolezze. La sofferenza emotiva è meno accettata dall’individuo rispetto a quella fisica: se i problemi sono fisici, infatti, è più facile poter chiedere aiuto, ma quando si tratta di emozioni tutto si complica. Vissuta come elemento negativo della nostra esistenza, alla sofferenza psicologica vengono associati termini come fragilità, debolezza, dipendenza; per questo motivo diventa così difficile chiedere aiuto quando si tratta di stare male emotivamente, perché ci si convince che così ci si possa rendere ridicoli. In realtà, chiedere aiuto per uscire da una sofferenza psicologica è l’atto più coraggioso che si possa fare; ostinarsi a non chiedere aiuto, convincendosi di dovercela fare da soli ad ogni costo, può risultare controproducente e rischia di aggravare e incistare il disagio psicologico piuttosto che risolverlo davvero. Andare dallo psicologo significa darsi l’opportunità di comprendere e sciogliere un sintomo specifico, un malessere interiore, un groviglio emotivo per darci possibilità di liberarci da quel disagio profondo che non consente di vivere serenamente la propria vita. L’obiettivo finale di ogni terapia non è rendere dipendente la persona dallo psicologo, ma quello di aiutare la persona a rendersi capace di gestire e orientare la propria vita secondo le proprie scelte, in piena autonomia e libertà.

Per questo motivo a volte chi soffre di un disagio psicologico è più propenso a chiedere aiuto alla “pillola magica”; mi riferisco ad un altro dei miti che tanto girano attorno al disagio psicologico: l’onnipotenza degli psicofarmaci. Moltissime volte ho sentito affermare: “Anch’io soffrivo d’ansia… Poi mi hanno dato gli psicofarmaci e da allora va benissimo”. Premetto di non essere contro l’uso degli psicofarmaci in assoluto: ritengo che in alcune situazioni, quando il disagio è così invadente e invalidante da non permettere alla persona di essere nella condizione più consona alla psicoterapia, il farmaco possa essere un valido aiuto per rimettere la persona in una condizione fisica e psichica che le consenta di prendersi cura di sé affrontando una psicoterapia.  Quando, quindi, il farmaco si utilizza al servizio di una psicoterapia non c’è alcun problema; ma in molti casi i farmaci vengono utilizzati al posto della psicoterapia, sostituendosi alla possibilità di lavorare attivamente sulla comprensione e la risoluzione del proprio disagio psicologico. Non mi stancherò mai di dire che il sintomo psicologico nasce come segnale inviato dal nostro corpo per dirci qualcosa di importante su noi stessi e sulle nostre emozioni quando, per i più svariati motivi, non ce ne curiamo. Coprire il sintomo con il farmaco è vero che allevia la sofferenza in modo tempestivo (motivo principale per cui si assume il farmaco), ma è altrettanto vero che, così facendo, ci toglie anche e soprattutto la possibilità di lavorare sul sintomo per capire davvero noi stessi e cosa ci sta succedendo.

Altra resistenza che non consente di accedere all’aiuto psicologico è la convinzione che una persona che non ci conosce non sarà mai in grado di aiutarci e allora ecco che possiamo sentire frasi del tipo: “Se proprio devo farmi aiutare, non vado certo da un estraneo! Che ne può sapere di me un estraneo? Al limite chiedo aiuto a qualcuno di cui posso fidarmi!” (amico… familiare… collega….). Gli amici e la famiglia sono risorse importanti, ma possono aiutarci fino ad un certo punto. Parlare con un amico, infatti, può essere di gran conforto in alcuni momenti: l’amico ci può consigliare, ci può “prestare una spalla” per sostenerci nei momenti difficili, ma non può essere in grado di darci un tipo di aiuto competente e libero da pareri personali, proprio perché affettivamente coinvolto.  Lo psicologo, proprio perché non è un amico, costruisce una relazione basata unicamente sul benessere della persona, non dà consigli, né pareri personali, ma aiuta la persona a comprendere la natura del proprio malessere e a trovare modalità più sane e funzionali al benessere psicologico. Attraverso la costruzione di una relazione basata sull’ascolto e sull’empatia, lo psicologo stringe con la persona quella che viene definita in linguaggio tecnico un’alleanza terapeutica (fondamentale per l’evoluzione dell’intero processo terapeutico) senza la quale risulterebbe impossibile porsi un obiettivo terapeutico e lavorare insieme per raggiungerlo. La psicoterapia, infatti, è un processo relazionale, che si costruisce nella collaborazione e nello scambio alla pari; lo psicologo non è un giudice ma accetta incondizionatamente la persona con cui collabora nella risoluzione dei suoi problemi. Laddove il terapeuta avesse difficoltà a lavorare al servizio del paziente è necessario che egli vada in supervisione per comprendere cosa gli impedisce di lavorare in modo funzionale per il benessere del paziente.

E quest’ultimo aspetto ci porta ad un altro mito da sfatare (anche tra gli addetti ai lavori!): quello che vede lo psicologo come una sorta di mago, di santone, di maestro di vita (tanto illuminante quanto onnipotente), un mito che porta ad affermare, senza ombra di dubbio: “Uno psicologo non può avere problemi… Se no, come fa ad aiutare gli altri?” Essere psicologi o psicoterapeuti non vuol dire non avere problemi o non aver bisogno di nulla, ma essere consapevoli dei propri bisogni, dei propri limiti e delle proprie risorse mettendosi al servizio dei bisogni di chi chiede aiuto. Per rendere possibile questo, è necessario che il terapeuta sia consapevole dei suoi problemi e sappia riconoscerli e gestirli, in modo da comprendere quando essi cominciano a interferire con l’efficacia del lavoro svolto con il paziente. Sfatiamo il mito che vede gli psicologi come saggi illuminati che hanno la verità in mano e che hanno capito tutto della vita, in grado di infondere sapienza a chiunque ne faccia richiesta. Siamo tutti esseri imperfetti, meravigliosamente e irrimediabilmente umani; come tale, il terapeuta non impartisce lezioni di vita, ma si fa strumento della psicoterapia per rendersi utile al paziente. E’ attraverso la relazione con il terapeuta, infatti, che il paziente, conosce e diventa pienamente consapevole di se stesso, trovando nuovi modi alternativi e più funzionali alla risoluzione del disagio che l’ha condotto in terapia.

Chi va dallo psicologo dimostra a se stesso e agli altri di essere una persona mentalmente sana perché in grado di riconoscersi il diritto alla felicità anche in un momento di fragilità…

Chi va dallo psicologo è una persona che sa chiedere aiuto laddove esistano dei problemi relativi alla sfera emotiva-psicologica, per riuscire a prendersi pienamente cura di se stessa comprendendo di non riuscire a farcela da solo…

Chi va dallo psicologo coraggiosamente accetta la possibilità e il rischio di conoscersi profondamente e autenticamente nelle proprie risorse e nei propri limiti…

Chi va dallo psicologo non è matto, tutt’altro: è una persona in grado di amare se stessa…

 

 

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Simona Baiocco

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